venerdì 4 settembre 2009

freddo dentro, caldo fuori

Ma è possibile che ci si debba rovinare una buona cena ?
Ieri sera ero ospite di amici a cena.
Ci tenevano molto a far bella figura ed avevano prenotato un ristorante famoso (e costoso) che fa cucina hawaiana (non so se ho scritto correttamente questa parola, ma ci siamo intesi).
Ecco, non voglio qui stare a parlare della qualità del cibo e del servizio.
Dico solo che ho patito il freddo; sì, davvero, ai primi di Settembre, in Florida, ho patito il freddo cagionato dall’aria condizionata !
Ma si può ?

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residential mailbox

L’ho scoperto stamani.
Triste quel giorno in cui niente si impara !
Dunque, avete presente le cassetta della posta ?
Fanno tanto immaginario collettivo, ma esse esistono per davvero e vengono, come dire, civettuolamente personalizzate dagli utenti ovvero dai proprietari di queste case (quorum ego).
Sono cassette atte a contenere la posta che si riceve.
Il postino con il suo furgone con posto guida a destra, percorre i due lati della strada e senza scendere da furgoncino inserisce la posta nella cassetta.
E fin qui, tutto bello e tutto bene.
Ma la cosa ulteriormente bella che, ripeto, ho imparato stamani, è che queste cassette postali, praticamente fungono anche come le cassette della posta intese come quelle che in Italia troviamo vicino agli uffici postali e sovente vicino ai negozi di tabacchi che vendono affrancature.
Praticamente, voglio spedire una lettera, una cartolina, quello che sia.
Bene, posto che l’abbia debitamente affrancata, la metto nella mia mailbox ed aziono un flag, come dire, una bandierina che segnala al postino che, indipendentemente dal fatto che io stia ricevendo posta quel giorno, deve recarsi alla mia cassetta postale perchè ho io posta da spedire.
Il postino la prevela, la porta all’ufficio postale ed il destinatario riceverà la mia posta.
Non trovate che è una cosa bella davvero ?!?!

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lavori di giardinaggio

Ieri passeggiavo in spiaggia quando fastidiosi rumori irromponono e devastano la quiete.
E’ fatto insolito e comincio ad osservare cosa accade.
Due camion atti ad eseguire i lavori di giardinaggio intorno alle palme che delimitano la spiaggia, le larghe foglie delle stesse palme diradando, si mettono all’opera.
Operai ben attrezzati ed evidentemente molto ben preparati si attivano solerti al loro lavoro.
Ma la cosa che mi ha colpito è quanto è scritto sulle fiancate di questi camion, e trattasi di una ditta privata il cui nome già di per sè evocativo “Ameri-Pride”.
Ecco il claim: We work to make more nice, green and beutiful America”.
Ecco, una tale vision non solo non la leggo su nessun camion delle ditte che in Italia effettuano tali tipi di lavori ma, peggio ancora, dubito che sia l’intima vision di nessuno, ma proprio nessuno, degli addetti ai lavori.
E qui poi il discorso diverrebbe altro: come queste ditte hanno conseguito l’appalto ? quale il loro livello di professionalità ? con quali criteri sono state assunte le persone che lavorano ?

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martedì 25 agosto 2009

la sanità made in USA

Un chiodo arrugginito malandrino, appostato lì chissà da quanto tempo in agguato dell’inconsapevole vittima, trafigge il debole sandalino infradito e percuote la pianta del mio piede destro.
Copiosi fiotti di sangue.
Mi siedo, mi sdraio. Vorrei contorcermi in modo tale da arrestare l’uscita del sangue.
Ad ogni modo, tampono.
L’antitetanica, diciamocelo, è fatto d’obbligo a questo punto. Ho il corpo del reato tra le dita: quanto è brutto, quanto indispone, quanto mi è antipatico.
Vorrei andare al pronto soccorso, all’emergency.
Ciò mi viene sconsigliato da chi sa: non essendo vera emergenza, non essendoci imminente quanto probante pericolo di vita, sarei messo lì ad aspettare per tanto tempo.
Si va in un clinic center.
La sanità privata al cui velleitario assalto, provando almeno a procurare scalfitura, il prode Obama dice di accingersi.
Prima comunicazione della receptionist: accettiamo cash o assegni; non accettiamo carte di credito.
Rispondo con un sonoro “good morning” e mostro gaglioffamente un pacchetto di biglietti verdi da cento. Non molti, sia chiaro, ma sufficienti a calmare l’ansia da prestazione impagata.
Bisogna firmare tanti di quei documenti, beffardo tra i quali, quello che suggerisce di individuare all’istante chi debba prendere decisioni importanti in mia vece nel caso perdessi il ben dell’intelletto.
Breve l’attesa.
Dalla receptionist all’infermiera. Misurazione della pressione. Richiesta di attendere pochi minuti.
A onore del vero i minuti sono pochissimi, ed arriva il doctor.
Per la terza volta ripeto in breve l’accaduto.
Ah, e allora bisogna che faccia l’antitetanica. Ma va ?!?!
E l’infermiera ritorna con gli arnesi.
One shot, e l’antitetanica è fatta.
Consigli su come trascorrere le prossime ventiquattro ore e vengo accompagnato all’uscita.
C’è il bill da pagare: 95 $, in contanti.

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domenica 16 agosto 2009

a sleeping vulcano

Ara Mundi DOCFalanghina Vendemmia TardivaWe talk about Campania and its vulcano and immediately we see before our eyes the Vesuvio.
Oh, yes, Vesuvio is the most famous vulcano in Campania and the second in Italy.
And wines made with the grapes of Vesuvio are great. Not only Lacryma Christi but think also about a very interesting grape: catalanesca.
Anyhow, we’re talking about a different vulcano, located in the north of Campania, close to its edge with Lazio.
The name of this sleeping vulcano is Roccamonfina.
The winery is TELARO.
Five brothers and one sister.
The sister, Lady Rosalba takes care of agritourism, whose restaurant is very good and it could be enough to deserve a visit.
Each one of the five brothers manages a branch if this small village, a village which is the kingdom of the local quality.
The main grapes are the red aglianico and the white falanghina.
We tasted and enjoyed a very interesting FALANGHINA VENDEMMIA TARDIVA IGT 2008.

In this wine, falanghina is not the only grapes, altough it is more or less 90%, as the rest is sauvignon.
This small part of sauvignon enables this wine to become well dressed, so to speak.
The harvest for this wine is late October.
Fruits in the nose: apple, apricot.
Best match, in our opinion, with the true mozzarella di bufala campana dop.
Price of this bottle on the shelf is 10 euro: great.
Then we went to very high level and we tasted ARA MUNDI RISERVA DOC 2005.

The grape is aglianico 100%.
18 months in barriques.
This wine is the king wine on Telaro and, in our opinion, one of the best wines made by aglianico grapes.
The best match is with meat dishes.
A small treasure of Campania: Telaro.

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giovedì 13 agosto 2009

il grido di dolore di Alfonso Iaccarino

Leggo sul corrieredelmezzogiorno.it l’intervista ad Alfonso Iaccarino, il mitico don Alfonso dell’eponimo ristorante di Sant’Agata sui Due Golfi (dove io ho vissuto 9 splendidi anni).
Stralcio «La crisi morde, basta divisioni; le due Costiere devono tendersi la mano». Alfonso prosegue denunciando l’annosa mancanza di progettualità e conclude con una dichiarazione struggente: “Non meritiamo il dono che la natu­ra ci ha fatto”.
Ecco, sapeste quanto dolore mi comporta dirlo, ma devo dirlo per senso civico, posso dirlo perchè conosco benissimo quel territorio benedetto da Dio e voglio dirlo perchè sarebbe da indolenti astenersene “Alfonso ha ragione. Stiamo distruggendo uno dei posti più belli del Creato”.

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sabato 8 agosto 2009

impeachment

Mi è stato amabilmente chiesto se noi in Italia, noi italiani, conosciamo il senso ed il significato del termine “impeachment”.
Ho risposto che sì, forse, il 20% di noi conosce cos’è l’impeachment e quanto importante sia questo strumento per la salvaguardia delle regole basilari della dialettica democratica e per il rispetto delle istituzioni.
Poi, caritatevolmente, i miei amici USA non sono andati oltre, anche se era ben chiaro a tutti dove si volesse andare a parare.
E va bene.
Poi la domanda è anche un’altra, ma conosciamo il significato delle parole “decoro” e “dignità” ?

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martedì 7 aprile 2009

CRONISTORIA A LIETO FINE DI UN MATRIMONIO CONCORDATO, PREPARATO ED INFINE CELEBRATO

Consapevoli, non lo erano.
No, diciamo la verità, né la sposa, né lo sposo potevano dirsi consci di quanto stava loro per accadere.
Combinato.
Ecco cos’era, un matrimonio combinato, secondo la peggiore tradizione delle nozze apportatrici di interessi e non foce di perenni amori e di reiterate, affettuose moine.
E nei due paesini il chiacchiericcio, oggi che finalmente il gran giorno era arrivato, era fitto ed intrecciato.
Le nozze si sarebbero celebrate a casa dello sposo, ad Atripalda, una casa bellissima, un maniero più che una casa, con una cantina più museo che cantina; che le volte affrescate c’erano, e poi tante botti, ma quante!
Lo sposo proveniva da una famiglia nobile ed altolocata, vantava lignaggio da tre secoli.
La sposina proveniva da un paesino della pianura casertana, Pontelatone, là dove il pigro fiume Volturno consuma le sue ultime anse prima di confondersi alla foce con un mare Tirreno che, da quelle parti, aveva vissuto stagioni molto migliori qualche millennio addietro, quando era Orazio a cantare le lodi del litorale domizio.
Il pettegolezzo era incontenibile, le molte persone assiepate nel cortile della casa dello sposo, erano lì a trasmettersi le poche notizie certe e a provare a farsi vicendevolmente validare le incerte come una carta del mazzo cerca l’altra a reciproco puntello per erigere l’effimero castello.
“E’ giovanissima, proprio una creatura, e di razza bianca “.
“Scusate, perché, mo’ facciamo i razzisti con questo discorso della razza bianca, pure lo sposo è giovanissimo e di razza bianca, se è per questo”.
“Vi sto dicendo che è proprio una creatura: è giovanissima, come vi devo dire, è appena nata, e già la portano a nozze!”.
Si intromise un signore rubicondo e gioviale che, con l’aria di dipanare dubbi e svelare cose che, mbè, proprio non conveniva dire ai primi due capitati a tiro, comunque, benevolmente così parlò: “E’ vero quello che dice la zia, la sposa è bianca bianca e giovane giovane. Sembra una palla, è nata verso mezzogiorno dopo un parto laborioso e complesso, al quale hanno partecipato in tanti, ché la levatrice da sola non ce la poteva fare. Non hanno lavorato di forcipe ma con le mani, sì con le mani, hanno eseguito il più fiero ed abile dei gesti, delicatissimo: la mozza!”.
“E che è la mozza, l’avranno mica decapitata !?! ma che state dicendo, ma ci volete far mettere paura o ci volete dire che l’asino vola ?”, così le due donne all’unisono insorsero contro l’uomo bonario ed ammiccante che, comunque, la verità l’aveva detta.
“E già, mo’ danno in sposa allo sposo una creatura di un giorno a forma di palla e bianca bianca, che allora, per essere di questo bianco di porcellana come stanno dicendo, può essere pure che non sta in salute”.
“No, no, quella sta in salute, eccome se ci sta in salute, è stata allattata con il latte migliore che esiste, e che esiste solo dalle parti sue dov’è nata, il latte di bufala. E che latte, signori miei, dovreste vederlo, che al confronto quello delle vacche è acqua fresca, è!”.
“ Ma pure lo sposo è giovane, è un signorino bello bello che mo’ fa quattro anni. Io l’ho visto crescere e maturare” cominciò a raccontare un altro signore che si era intromesso nella conversazione, “ me lo ricordo quando lo si concepì. Dai vigneti fiano più belli, presero i grappoli più belli e con tutte queste ceste piene di questi grappoli così belli, ogni chicco d’uva una lucentezza, vennero qua, vedete proprio qua dietro” e così dicendo, con il dito indice della mano destra, che sporgeva dal polsino immacolato di una camicia bianca, indicò il luogo deputato alla prima fase della lavorazione delle uve nell’azienda vitivinicola Mastroberardino di Atripalda, retrostante il cortile dove si erano raccolti gli invitati ed i curiosi, allegramente frammischiati, in attesa dell’arrivo della sposa. “ Lo seguimmo attentamente ed amorevolmente, ché così il papà voleva e ci teneva e ci tiene per sta creatura in un modo eccezionale “.
“Non dite così perché i figli sono tutti uguali e un padre li vuole bene a tutti allo stesso modo e non si mette a fare a uno sì e a uno no, e non sta bene neanche che queste cose uno le pensa”. “Signora cara, ma che state dicendo e che avete capito, io non ho detto che il papà vuole bene solo a sta creatura e agli altri no. Solo che, come voglio dire, non mi so spiegare, a questo qua ci teneva l’accortenza”. “L’accortenza ? E che significa, scusi questa parola ?” chiese un signore molto distinto e molto elegante che aveva ascoltato tutta la conversazione, a volte però facendo finta di distrarsi per mantenere il suo contegno di invitato importante.
Veniva appositamente per questo matrimonio dall’Altitalia e parlava con un accento tutto forestiero.
E allora un giovanotto locale, istruito, si intromise per dirimere la questione lessicale e disse.” Accortenza vuole dire quando state accorto ad una cosa ed accorto vuol dire che non vi distraete neanche per un momento, che mentre fate la tale cosa e la fate bene e con attenzione, state però già pensando alla cosa più conveniente da fare dopo, sempre per il bene della creatura, questa è l’accortenza, caro signore forestiero”. “Ma che forestiero, ma che vi credete, io da Bergamo vengo, mica dall’altro emisfero !”. “Eh, ho capito, venite da Bergamo, e siete forestiero, bene accetto e questa è casa vostra, ma sempre forestiero siete e certe cose non le potete capire. Ma perché, scusate, a Bergamo conoscono la sposa ?”.
“Ma se neanche voi la conoscete !” aggiunse il distinto signore bergamasco che si accalorava nella discussione ma senza spazientirsi, anzi, sempre più interessato ad ascoltare. Tutti poi guardarono in volto il signore dalla camicia bianca che, vistosi così osservato comprese che ci si attendeva da lui il prosieguo del racconto della crescita dello sposo. E lui, narratore sul campo, godendo della conquistata fama, così continuò: “Mentre gli altri andavano nell’acciaio, il futuro sposo, chissà, quasi come fosse un destino segnato, lo mettemmo in una botte piccola, la sua culla di legno, e lì lo tenemmo per sei mesi, a fermentare e ad affinarsi. Poi lo mettemmo in bottiglia per altri due anni e mezzo e mo’ eccolo qua il signorino, che va sposo alla sua sposina”.
“Scusate, ma che nome tiene questo sposo ? A me me l’hanno pure detto ma non l’ho capito, ho fatto finta di capire ma, devo dire la verità, non ho capito” disse un po’ vergognandosi un’altra signora.
“E grazie che non l’avete capito, signora mia, quello è un nome difficile che gli volle dare il papà che, voi lo sapete come lo sappiamo tutti quanti, è persona istruita che i libri non solo se li legge a colazione ma poi li scrive pure; quello è professore all’Università, non ve lo dimenticate e pure dico io “tu mo’ sei professore all’università e scrivi i libri e sei sempre gentile e cordiale con tutti quanti noi e non hai messo superbia e sei un tipo alla mano, embè ci stanno tante mezze calzette che a te ti dovrebbero solo . . . . e questi si credono chissà chi, e loro qua e loro là . . . . “.
“Sentite” interruppe la signora “ e voi vi state arrabbiando inutilmente, questo è un giorno di festa, è uno sposalizio e voi vi arrabbiate, e che è, e non lo sappiamo che persona è il professore, e voi ce lo dovete dire; sentite qua signori si nasce; piuttosto ci volete spiegare ‘sto nome o no !”.
“Signora mia avete proprio ragione, mo’ mi stavo facendo prendere la nervatura”. “La nerva che ?” disse il signore bergamasco che oramai era a pieno titolo nel crocicchio dei conversatori stabili. E, quasi a debita copertura di ruolo, intervenne nuovamente il giovanotto che aveva già squarciato il cono d’ombra dell’accortenza. “La nervatura” cominciò a dire assumendo il piglio del maestro che non si rincresce di spiegare l’ovvio al più recalcitrante dei suoi scolaretti “è quella cosa che ti viene quando ti tocchi i nervi. E uno si tocca i nervi quando si arrabbia e uno si arrabbia quando vede le cose che vanno storte e invece dovrebbero andare diritte perché se andassero diritte staremmo meglio tutti quanti. Quindi uno si tocca la nervatura quando vede le cose storte”.
Il signore bergamasco annuì e con lo sguardo, muto portavoce della compagnia oramai affiatatasi, chiese al narratore di proseguire e di svelare, finalmente, il nome dello sposo.
“No, tranquilli tutti quanti, la nervatura già mi è passata perché oggi è festa. Dunque, dicevo, il padre dello sposo, quando fu il battesimo disse che la creatura si doveva chiamare con un nome che doveva significare che il figlio doveva crescere come gli antenati avevano fatto crescere il nonno e il papà cioè mettendolo nella culla di legno e non avendo timore di farlo affinare anche per più di tre anni”. Queste ultime parole furono pronunciate con marcata ed eccessiva lentezza dacché il narratore, così parve, subitaneamente dovette forse ricordarsi di qualche agente che concorse a spezzare il modo di portare all’apice delle proprie qualità i grandi vini bianchi campani, e, con lo stesso indice adoperato prima, questa volta in tono accusatorio, si rivolse al signore bergamasco e guardandolo diritto negli occhi, l’indice contro, gli chiese: “Ma voi avete detto che siete di Bergamo, ma allora siete parente di un certo Gino ?”. “Signore, ma che si crede”, rispose un po’ sulla difensiva l’orobico ospite “che Bergamo è come Atripalda, un piccolo paese !?! Bergamo è una grande città, mica siamo tutti parenti, mica ci conosciamo tutti, io questo Gino“ deglutì un paio di volte “neanche lo conosco. Mica è uno che scrive di vini ?!?”. “E vedete se questa nervatura non me la fate venire un’altra volta proprio Voi, caro signore di Bergamo. Voi dite che non conoscete questo Gino però, mi chiedete Voi a me se è uno che scrive di vino. Sì, guarda un po’, sì, è proprio quello che scrive di vini e che tanto che ha fatto, tanto che ha scritto, tanto che ha parlato con tutti quanti e usciva pure per la televisione, al nonno dello sposo, praticamente, non che glielo impose proprio, questo no, ma praticamente, nei fatti, lo spinse a pigliare i bianchi e a metterli pronti l’anno dopo”.
“Ma perché” aggiunse incautamente l’orobico ospite “i bianchi voi quando ve li bevete ?”.
“La sposa, la sposa, la sposa” questo allegro, reiterato vociare scoppiettò nel cortile e pose provvida interruzione ad una conversazione che si animava e si scaldava un po’ troppo.
Un giovanottino impertinente si avvicinò al furgoncino finestrato dove viaggiava la sposa ( guai a parlare di carrozza con il papà della sposa; fortemente arrabbiandosi avrebbe ringhiato: “ in carrozza ci mettete il fiordilatte, non mia figlia “ ), buttò lo sguardo sulla sposa e gridò “ Ma è nuda !!! “. Certo, figlio mio, e come vuoi che sia la mozzarella di bufala, quella vera, quella ottenuta da solo latte di bufala al pascolo, con la sola aggiunta di caglio e sale: nuda, figlio mio, castamente e naturalmente nuda.
Diffida di chi la macula con pomodoro, olio e basilico, ma ancor più diffida di chi la porta in cottura. No, figlio mio, la mozzarella è come la verità: nuda e cruda.
Si formò un breve corteo per accompagnare l’immacolata sposa nel tempietto dedicato alla celebrazione del matrimonio e fuori, nel cortile, si attardò quel gruppetto che stava accalorandosi a proposito dei grandi vini bianchi campani.
“E allora, insomma, si stanno sposando e ancora non sappiamo come si chiama lo sposo “ disse, quasi supplice la signora “ce lo volete dire, sì o no ?”.
“More Maiorum, signora mia, More Maiorum si chiama. Significa secondo le usanze dei nostri padri, e mo’, per piacere non mi fate aggiungere niente altro, il matrimonio si sta celebrando e io mi commuovo e lasciatemi stare“ così dicendo, il prode narratore si defilò e trovò un posticino buono per assistere all’officio.
La mozzarella di bufala, nuda e cruda, nella sua sensuale rotondità fu portata sul desco e l’officiante cominciò a tagliarla a fette. Copiose, dalle fette, sgorgarono bianche lacrime di latte: giubilo e non dolore.
Gioia per il palato.
Il Fiano More Maiorum del 1999 fu versato negli idonei calici e lo si bevve come conviene, godendo dei colori e dei profumi, ancor prima che dei sapori, complessi e sublimi, al palato.
La cerimonia proseguì ed alla fine tutti convennero che era matrimonio da farsi: felice e perfetto.
E l’augurio fu che, naturalmente, giorno dopo giorno altro latte di bufala giungesse al casaro per fare la mozzarella e anno dopo anno altre uve fiano giungessero a Mastroberardino dai propri vigneti per essere poste sei mesi in barrique a fermentare ed affinare, per proseguire poi in bottiglia per altri due anni e mezzo l’affinamento.
E tutti, ma proprio tutti, anche i forestieri, battevamo le mani e, gioiosi dicevamo “ Viva gli sposi “.

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venerdì 3 aprile 2009

Orme

Adesso si è addormentata.
Un pò, come al solito, mi ha fatto tribolare.
Prima, non vuole che la veda mentre si spoglia, va nel bagno, si lava, si mette il pigiama.
Poi, però, vuole che debba indovinare i tempi e arrivare subito alla porta della sua camera non appena si è messa a letto, sotto le coperte.
Accende la luce piccola sul comodino e vuole che le tenga compagnia, fino a che non le viene sonno.
Dapprima, svogliatamente, lei principiando allo scopo di evitare che sia io a porle le domande, mi costruisce sintesi della sua mattinata a scuola, glissando su compiti ed interrogazioni e sempre dimenticandosi di avvertirmi quando ci sono gli incontri con gli insegnanti.
Poi mi chiede, invariabilmente, se sono stanco e poi, gli occhi suoi fissando nei miei e con il suo sorriso melanconico che tanto mi strugge, comincia a chiedere di te.
Le solite domande: come ci siamo conosciuti, quando abbiamo deciso di sposarci. Quando abbiamo deciso di volere un figlio, e come abbiamo reagito quando abbiamo saputo che era una figlia, e via così: sempre la stessa voglia di sapere e di cibarsi di memoria familiare, sempre diversa la formulazione delle domande: parole appropriate e costruzioni insolite del periodo, frequente la doppia aggettivazione.
Stavamo già conversando da un bel po’ quando, i capelli biondi scuotendo più del solito e con sguardo dolce e struggente, risposta implorante, mi ha chiesto se continuerai a mancarci tanto per tutta la vita.
Ed io lì, a doverle rispondere.
La buona sorte pusillanime ha fatto trillare il telefono ed un collega a me caro perché sincero, più volte scusandosi per l’orario insolito, mi ha chiesto una cortesia: facile per me fargliela, immensi i vantaggi per lui nel riceverla.
La conversazione telefonica è poi proseguita su argomenti secondari e tali da preparare il commiato secondo un convenevole che gli consentisse, un paio di minuti essendo trascorsi, di ricordarmi nuovamente quella cosa là e nel ringraziarmi nuovamente per la piena disponibilità manifestatagli.
Ritorno nella sua camera e la trovo addormentata, l’amatissima figlia nostra. I due polsi, giunti rovesciati sotto il mento, i capelli biondi come i tuoi a inondare il cuscino, e il viso sereno di chi, suo malgrado, a quell’età già cerca pace nel sonno ristoratore e in virtù dell’età, subito lo trova.
Adesso tocca a me.
Il sonno latita e lo so.
E ora sono qui, scrivo, e leggo ciò che scrivo mentre lo scrivo, perché la dolce condanna è far cominciare una tastiera dove finiscono i polpastrelli di indice e medio delle due mani.
Il pollice destro solo per la barra spaziatrice e le altre dita a parassita compagnia.
Poi, le pause, frequenti e brevissime.
Il tempo di sorseggiare il compagno paziente e talora guizzante della mia solitudine: il Mel ’99 di Antonio Caggiano.
Antonio Caggiano, vitivinicoltore in Taurasi, cosa fa.
Prende le migliori uve fiano e le migliori uve greco in sovramaturazione a fine novembre ché la botitrys parzialmente le ha attaccate.
A fine novembre, quando i molti già bevono, vantandosene, quei feti abortiti chiamati vini novelli, Antonio Caggiano vendemmia quello che diventerà il Mel, 20 litri di vino Mel da un quintale di uve: sì, a fine novembre.
Solo un microsorsettino alla volta: inumidire le labbra e il palato, e lasciare poi che il Mel fluisca dove meglio corrobora il cuore ed il cervello che magicamente si incontrano nel non luogo delle emozioni.
La domanda mi verrà posta nuovamente, diversa la formulazione, in una delle prossime sere, forse già domani sera, ed io dovrò rispondere.
Ti invoco affinché tu mi soccorra aiutandomi a farla crescere serena.
Vorrei poter trovare le parole per dire a nostra figlia che ha tutta la vita davanti e che questa vita è come una passeggiata a piedi nudi lungo la riva sabbiosa del mare in una bellissima giornata di dicembre, il dicembre nostro, ché l’acqua del mare è calda: così è. Un altro sorsettino di Mel.
Ha il colore giallo intenso ed emana un calore solare.
Le sue orme sono piccole e superficiali, perché lei è piccola e leggera, come leggeri dovrebbero essere i suoi pensieri, in sintonia con il suo corpo leggero.
Al fianco delle sue orme ci sono le mie, più grandi e più profonde.
La riva è lunghissima ed entrambi camminiamo, soli insieme, con il nostro passo: l’uno cercando la sintonia con l’altro.
A tratti, le sue orme scompaiono e, contestualmente, più profonde diventano le mie: è perché ho dovuto prenderla in braccio; per sopraggiunta stanchezza oppure per aiutarla a guardare lontano, guardando insieme, ché insieme si vede meglio e si osservano più cose.
Poi, le sue orme ritornano ma le mie continuano ad essere profonde come quando sopportavo anche il suo peso: è l’affanno del cammino e la stanchezza che sovente affardella chi una meta non ha.
Il calice è vuoto: non sia mai detto. Lo riempio a metà ed il colore del Mel ricorda quello del tuo sguardo quando mi guardavi e sorridevi di gusto a qualsiasi amenità mi venisse da raccontare: caloroso e di contagiosa gaiezza. Il profumo del Mel è viatico di prosieguo. Avverto gli agrumi canditi e la percezione olfattiva mi apre ai ricordi di quelle mattine in cui, un po’ di sonno rubandoci, riuscivamo a fare colazione insieme, al tavolo seduti, con le marmellate di agrumi che procuravo io e che di eguali non ve n’è. Le sottili fette di pane solo un attimo tostate e le spalmatine di marmellata di arance, di limoni, di mandarini. Certo che lo ricordo, di tutte, tutte squisite, questa di mandarini gradivi di più.
Ad un tratto le mie orme si fanno sempre più profonde e tra loro vicine, le sue orme sono sempre lievi ma più grandi e spedite.
Mio Dio, sono stanco.
Ma è proprio la stanchezza a farmi compiere il gesto estremo: la prendo ancora una volta in braccio, proprio adesso che non me l’ha chiesto palesemente e proprio adesso che sento il vigoroso peso di un corpo cresciuto, e per l’ultima volta, insieme guardiamo lontano.
Un altro sorsettino di Mel, adesso avverto anche un aroma di miele.
Lei ha certamente visto qualcosa.
Il suo viso si fa radioso come era il tuo quando stavamo insieme e sorride, persino.
In braccio, si volta impetuosa e dolce verso di me, mi guarda fisso negli occhi; i miei occhi stanchi incontrano i suoi vivissimi e pieni di luce, e mi da un bacio forte sulla mia guancia rugosa.
E mi stringe e mi abbraccia forte.
E poi, naturalmente, la metto giù.
Le mie orme svaniscono per sempre e lei prosegue il cammino da sola.
Ed io e te, di nuovo insieme, siamo amorevolmente ad osservarla.
Sono stanco davvero, sono molto stanco.
Vado a riporre la bottiglia di Mel ed è come se accompagnassi all’uscio l’amico caro che va via malvolentieri ma deve, e che si vorrebbe suadentemente ancora di compagnia ma si sa che non si può.
Vado nella sua stanza, mi muovo cauto nell’oscurità.
Dorme.
Le sfioro solo più i capelli e mi chino per poggiarle un bacino sulla fronte.
Buonanotte.

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giovedì 2 aprile 2009

la promozione del made in Italy

Più ci sbatto la testa e più la cosa mi raccapriccia, fino a far esercitare la mia mente verso cattivi pensieri circa il reale intento di alcune entità italiane volte, da statuto e da ragionevole buon senso, ad adoperarsi per una sana quanto efficace ed efficiente promozione di un prodotto (a volte di un territorio) made in Italy all’estero.
Il fatto.
Lo scorso mese prendo accordi con l’equivalente del nostro Provveditorato agli Studi per attuare, nell’ambito di un programma volto a lanciare messaggi precisi di buona educazione alimentare agli studenti in età preadolescenzile, una serie di incontri con insegnanti e genitori in cui avesse ruolo di attore il nostro Grana Padano DOP.
Il programma, e mi pareva di sognare per come non ebbi da subire lungaggine burocratica alcuna, mi fu approvato in tempi meravigliosamente brevi e con una così precisa job description che praticamente non si potevano avere dubbi sul chi fa cosa e quindi su diritti e doveri ed anche, diciamolo, sul corrispettivo.
Raggiante per la cosa, scrivo e-mail al consorzio del Grana Padano, certo di riscuotere se non entusiasmo almeno interesse alla cosa e . . . nessuna risposta (ricevo nel mentre il flag di avvenuta ricezione).
Dopo una settimana mando nuovamente l’e-mail (altro flag di avvenuta ricezione).
Il perdurante silenzio del Consorzio Grana Padano ancora ci assorda.
Ah, dimenticavo; in questo caso NON si trattava di investire spendendo soldi, bensì si trattava di ricevere eventualmente remunerazione per i contributi formativi arrecati (in lingua inglese).
Tant’è !

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